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L’Ara Pacis

L’Ara Pacis Augustae (Altare della pace augustea) è un altare dedicato da Augusto  nel 9 a.C. alla Pace  nella sua accezione di divinità, e originariamente posto in una zona del Campo Marzio consacrata alla celebrazione delle vittorie, luogo emblematico perché posto a un miglio (1.472 m) dal pomerium, limite della città dove il console di ritorno da una spedizione militare perdeva i poteri ad essa relativi (imperium militiae) e rientrava in possesso dei propri poteri civili (imperium domi). Questo monumento rappresenta una delle più significative testimonianze pervenuteci dell’arte augustea ed intende simboleggiare la pace e la prosperità raggiunte come risultato della Pax Romana

Quando tornai a Roma dalla Spagna  e dalla Gallia […] compiute felicemente le imprese in quelle province, il Senato decretò che per il mio ritorno si dovesse consacrare l’ara della Pace Augusta presso il Campo Marzio e dispose che in essa i magistrati, i sacerdoti e le vergini vestali celebrassero un sacrificio annuale. »

Augusto, Res Gestae

 

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Ammirare l’Ara Pacis com’era in origine? La tecnologia può fare anche questo. E si chiama appunto “L’Ara com’era” l’intervento sistematico di valorizzazione compiuto sul grande altare, fatto costruire da Augusto tra il 13 e il 9 a.C. in Campo Marzio per celebrare la pace nei territori dell’impero. Dal 14 ottobre, infatti, il monumento sarà visitabile in maniera del tutto nuova: grazie a particolari visori ar e alla fotocamera degli smartphone abbinati, si potrà vedere l’Ara in realtà aumentata e virtuale. In pratica, la visita al monumento si trasformerà in un’esperienza multisensoriale, in una vera immersione nella storia della Roma imperiale.

Dal 14 ottobre saranno aperte le visite multisensoriali e virtuali al celebre monumento dell’età augustea. Per calarsi nella storia e immergersi nella Roma imperiale, grazie alla tecnologia

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Se oggi siamo in grado di leggere i gieroglifici è grazie ad una stele di granite nera, scoperta nel 1799 dal potente esercito francese sbarcato in Egitto al comando di Napoleone Bonaparte.

Al seguito dell’imperatore viaggiavano scienziati con l’incarico di scoprire e studiare i resti delle antiche civiltà egiziane. Fra gli oggetti raccolti durante la spedizione napoleonica c’era questo blocco di granite su cui era incisa una dedica al faraone Tolomeo V Epifore in tre differenti caratteri: geroglifica, la prima scrittura usata in Egitto, demotica(lingua egizia dell’ultima fase) e in lingua greca, parlata dalla dinastia regnante, e che ebbe grande importanza per interpretare la scrittura egiziana.
Poiché la pietra fu ritrovata presso la città di Rosetta, sul Nilo, venne chiamata Stele di Rosetta.

Le due grandi personalità che si impegnarono nel lavoro di decifrazione della stela furono il fisico inglese Thomas Young e il linguista fracncese Jean-Francois Champollion.

La Stele di Rosetta, di cui una copia fedele si trova murata nella grande sala del pianterreno del Museo Egizio del Cairo, è tuttora nel possesso del British Museum di Londra , a dispetto delle reiterate richieste di restituzione da parte delle autorità egiziane di competenza.

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Per avere altre informazioni propongo la visione di questo video

Una giornata nell’antica Roma

Propongo la lettura di un libro di Alberto Angela dal titolo “Una giornata nell’antica Roma“. Il libro scorrevole, chiaro e scientificamente valido (ha collaborato con l’autore un famoso archeologo,  il professor Romolo Augusto Staccioli)  potrebbe aiutarci a capire meglio il periodo storico che ci apprestiamo a studiare. Buona lettura!!!

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Da non perdere questo film documentario che senza dubbio può aiutarci a capire cosa sta accadendo oggi nel Mediterraneo e perchè. Fuocoammare è un documentario del 2016 diretto da Gianfranco Rosi, premiato nello stesso anno con l’Orso d’oro per il miglior film al Festival di Berlino, che ha per oggetto l’isola di Lampedusa e gli sbarchi di migranti che la interessano.

Il regista ha dichiarato che quello che sta accadendo oggi nel Mediterraneo  è paragonabile all’Olocausto.

Il Film rappresenterà l’Italia agli Oscar.

I resti di quella che attualmente viene considerata come una delle più antiche città della terra si trovano nella località di   Çatal Hüyük, a sud est dell’attuale Turchia; la più antica testimonianza dell’avvenuto  passaggio dal villaggio  alla città, della cosiddetta “rivoluzione urbana“,  risale al 7000 a.C.

Il sito, che presenta una delle più antiche attestazioni della fusione del rame e del piombo, ha rivelato 10 strati datati tra il 7° e il 6° millennio a.C., costituiti da un insieme di costruzioni in mattoni crudi, identificate come abitazioni, piccole e addossate le une alle altre per formare una protezione esterna, con entrata dal tetto.

Sono notevoli le pitture e i rilievi, d’indubbio significato magico-religioso, che decoravano le mura delle case e i cui soggetti più frequenti sono costituiti da scene di caccia, teste di tori e figure femminili. In particolare, una pittura parietale del 6200 a.C. raffigura un insediamento con isolati disposti ortogonalmente e sovrastati da un vulcano in eruzione (dal sito  treccani.it )

Molto interessante anche questo video con commento in lingua francese.

 

 

Date uno sguardo anche a quest’altro…

A PROPOSITO DI PREISTORIA VI INVITO A DOCUMENTARVI SU UN IMPORTANTE SITO ARCHEOLOGICO ITALIANO RISALENTE AL PALEOLITICO. PER  INFORMAZIONI SUL SITO  

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Vivere 700.000 anni fa: il sito paleolitico di Isernia La Pineta

ricostruzioneVentisei anni fa la Rivista americana Nature dedicava la copertina al giacimento preistorico di Isernia La Pineta. La novità della scoperta consisteva nella gran quantità di reperti, ma soprattutto essa contribuiva, in modo determinante, a sostenere l’età remota del primo popolamento del nostro continente.
Il giacimento paleolitico di Isernia La Pineta è una delle più complete testimonianze della storia del popolamento umano dell’Europa. I dati emersi con gli scavi sistematici e con lo studio interdisciplinare, attivati a partire del 1978, hanno consentito di ricostruire nel tempo, anche negli aspetti particolareggiati, la vita e l’ambiente naturale in cui visse l’uomo circa 700.000 anni fa.
Gli interventi di ricerca, valorizzazione e divulgazione, tuttora in corso, sono stati realizzati con il supporto delle Istituzioni locali (Provincia, Regione, Comune) e in stretta collaborazione tra la Soprintendenza Archeologica del Molise e l’Università degli Studi di Ferrara, sotto la direzione scientifica del Prof. C. Peretto. Ciò ha contribuito allo sviluppo di iniziative ad ampio respiro che hanno favorito l’internazionalizzazione delle attività e la possibilità di creare un polo di ricerca locale che oggi trova un suo valido supporto nel Centro Europeo di Ricerche Preistoriche, Associazione per la ricerca scientifica Onlus, istituito nel 2001.

Isernia - PaleosuperficieL’attenzione prestata a questo giacimento risiede anche nella sua importanza per lo studio della cronologia del Quaternario del Bacino Mediterraneo. Infatti, esso contribuisce in modo determinante alla ricostruzione del paleoambiente floristico e faunistico del Pleistocene. Di particolare significato sono le indagine geomorgologiche, stratigrafiche, pedologiche (AA.VV., 1983; Cremaschi, Peretto, 1988), paleontologiche (Sala, 1996) paletnologiche (Peretto et al., 1994) e palinologiche (Accorsi 1985) che hanno potuto ricostruire in dettaglio l’antico ambiente naturale, anche per quanto riguarda gli aspetti geomorfologici del territorio.

La realizzazione degli interventi di esplorazione è stata possibile grazie alla costruzione ed inaugurazione, nel 1999, di un padiglione degli scavi, di circa 700 mq, a copertura dell’area da esplorare, che ha sicuramente facilitato le operazioni di ricerca, permettendo anche la continuità delle stesse per diversi mesi all’anno.

Nelle ultime campagne di scavo, svoltesi per lo più nei mesi estivi, ci si è concentrati a estendere la messa in luce dell’archeosuperficie più importante e più ricca in assoluto di materiale archeologico, denominata 3a, su cui sono evidenti le testimonianze della frequentazione antropica dell’area e dello sfruttamento delle risorse ambientali per scopi alimentari. La grande quantità di resti ossei animali (bisonti, elefanti, rinoceronti, orsi, ippopotami, cervidi), associata ai manufatti litici, in selce e calcare, dell’ordine delle migliaia, distribuita su un’area, fino ad oggi esposta, di circa 200 mq, rende chiara la complessità dell’interpretazione del contesto e sottolinea la necessità di una continuazione degli interventi per una sua definitiva comprensione.

animali-is La distribuzione di specie faunistiche vede una predominanza di resti di bisonte (Bison schoetensacki), seguiti da quelli di rinoceronte (Stephanorhinus hundsheimensis), ippopotamo (Hippopotamus cf. antiquus), orso (Ursus deningeri), elefante (Elephas Palaeoloxodon antiquus)), di cervidi quali il megacero (Megaceroides solilhacus), il cervo (Cervus elaphus cf. acoronatus), il daino (Dama dama cf. clactoniana), il tar (Hemigratus cf. bonali).

liticaL’industria litica rinvenuta in associazione ai resti faunistici si caratterizza per la netta dicotomia degli elementi in calcare ed in selce, sfruttati per l’ottenimento di prodotti quali schegge, nuclei e debris.
Le testimonianze individuate documentano una elevata conoscenza e padronanza del territorio come per la raccolta dei materiali litici utilizzati per la scheggiatura e per la pratica dell’attività venatoria. La successiva macellazione e quindi lo sfruttamento delle carcasse animali sono comprovate dalle tracce presenti sui reperti ossei (fratture intenzionali, strie dovute all’attività di taglio dei reperti litici) e dall’abbondanza di schegge in selce che presentano sui bordi e sulle superfici tracce inequivocabili dell’attività di taglio di masse carne. Tutto il complesso di evidenze attesta l’adozione ben consolidata da parte del gruppo umano che ha abitato il bacino di Isernia di precise strategie comportamentali finalizzate all’ottimale sfruttamento del territorio e delle risorse disponibili per la propria sopravvivenza. Le stesse archeosuperfici, infatti, non rappresenterebbero altro che interfacce differenti di una fase insediativa unitaria che la sequenza delle modalità del suo seppellimento fanno attribuire erroneamente a livelli archeologici distinti sul piano cronologico.

L’elemento di unione delle archeosuperfici è rappresentato dagli ambienti umidi presenti nell’area in quel tempo, contraddistinte da formazioni travertinose in parte emerse ad un andamento discontinuo, in parte lineare, caratterizzate spesso da un progressivo accrescimento orizzontale e verticale. Questo ultimo aspetto, dovute alla presenza dell’acqua e al suo scorrere, è documentato dalle sezioni esposte e dai rilievi di scavo che evidenziano strutture tipiche legate a questo fenomeno. È probabile che un reticolo, più o meno vasto e disomogeneo, di elementi travertinosi emersi caratterizzasse quindi l’intera area, definendo in taluni casi piccoli ambienti umidi (laghetti) tra loro comunicanti. Lo scavo ha posto in luce una grande quantità di materiale litico sulla superficie allungata e stretta di uno di questi rilievi travertinosi attorniati dall’acqua. I reperti sono molto freschi, per lo più rappresentati da schegge ottenute con percussione diretta o su incudine (Peretto, 1994), con superfici caratterizzate da frequenti tracce connesse con l’attività di taglio della carne. Su questa area i resti ossei sono molto scarsi; essi invece sono molto frequenti ai suoi lati, dove l’acqua lambiva il rilievo stesso e dove diventano meno numerosi i materiali in selce.

padiglione+visitatoriLa frequentazione stabile dei rilievi travertinosi contornati dall’ambiente acqueo offriva probabilmente la necessaria sicurezza e protezione al gruppo umano. L’esplorazione del territorio circostante comportava la possibilità di recuperare carcasse o meglio parti di carcasse animali a scopo alimentare, senza escludere azioni di charognage. Esse venivano trasportate in queste aree decisamente più sicure degli spazi aperti della prateria per essere ulteriormente depezzate e sfruttate, anche con la fratturazione delle ossa per il recupero del midollo. La loro altissima frequenza nell’ambiente umido a ridosso del rilievo (peraltro cosa che era già stata osservata fin dalle prime fasi della ricerca; Peretto et alii, 1983) presentava numerosi vantaggi, in particolare l’attenuazione degli odori della putrefazione.

Nell’ottica di uno sviluppo futuro delle ricerche l’area ed il Parco sono stati attrezzati con strutture logistiche che consentono di svolgere le attività in modo continuativo con la volontà di ampliare il quadro delle conoscenze relative all’importanza del sito, a creare continui e duraturi rapporti di scambio di professionalità a livello nazionale ed internazionale, a porre le basi per il coinvolgimento duraturo di giovani studenti, laureati e dottorati del territorio, a favorire l’interdisciplinarietà, a supportare l’esigenza di divulgare tali conoscenze in ambito scientifico, attraverso pubblicazioni su riviste e monografie, elaborazioni di tesi, opuscoli scientifici e didattici.


 

Vi propongo una breve riflessione sulla figura di questo personaggio, noto per aver tradito Cesare che,  sul punto di morte, gli rivolge la famosa frase Tu quoque, Brute, fili mi! (“Anche tu, Bruto, figlio mio!”).

Per informazioni su Bruto visitate questo sito  dove troverete notizie anche su altri personaggi e curiosità di Roma antica

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